Avoir le cafard

Ditelo come vi pare, ma essere giù di morale non è divertente per nessuno

È inutile negarlo, capita proprio a tutti di avere una giornata no. Se i motivi possono essere tanti, il desiderio comune è invece sempre lo stesso: seppellirsi sotto le coperte e aspettare il giorno successivo. E stare alla larga da chi vi fa notare, con sarcasmo o pungente ironia, che oggi siete proprio giù di corda. O che, se siete in Francia, vous avez le cafard.

Qualcuno tra voi forse si chiederà che cosa c’entrano gli scarafaggi questa volta ma, come la traduzione insegna, le cose sono più complicate di così. Come spiega Expressio, cafard è una parola polisemica, che nacque nel XVI secolo per designare i falsi devoti, accezione ora in disuso. Allora come oggi, il termine si riferiva anche all’azione di fare la spia, oltre a dare il nome all’insetto nero che prima delle Alpi chiamiamo scarafaggio.

Perché il nostro realia faccia la sua comparsa nella lingua francese bisogna aspettare Charles Baudelaire e i suoi Fleurs du Mal (1857). Come era successo per spleen, anche cafard assume il significato di “malinconia”, idee nere che si insidiano nella testa come gli scarafaggi in una casa (Linternaute). Accezione molto affascinante che nasce dal contesto culturale decadente dominante a Parigi nella seconda metà dell’Ottocento, quando il cafard caratterizzava tutti i poètes maudits. Secondo un’altra teoria, l’espressione avrebbe a che fare con la grande quantità di insetti che infestavano le case povere, dove si respirava un’atmosfera di tristezza e malinconia (Wikiktionary).

Per quanto riguarda l’italiano, questa volta siamo fortunati: pur nelle differenze culturali con cui la traduzione deve sempre scendere a patti, l’equivalente c’è. Anzi, ce n’è più d’uno; anche senza addentrarci nel merito delle lingue regionali, sia “essere giù di morale” che “essere giù di corda” rendono perfettamente l’idea. Se la prima espressione ci offre un traducente più neutro, la seconda ha una storia da raccontare (garygassano.it). Ai tempi in cui le campane venivano suonate con le funi, a queste venivano legati dei massi che fungessero da contrappeso e dessero energia. A fine corsa, l’energia era esaurita: erano giù di corda e si doveva risollevarli.

Un incoraggiamento come tanti che può servire anche nella traduzione, regno di potenziali scarafaggi ma anche teatro di grandi soddisfazioni e di corde risollevate.

Elena Tonna

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