Fernweh: quando il lontano chiama ma non si può rispondere

Una parola tedesca, per una volta breve, sfida i traduttori di ogni linguafernweh nostalgia dell'altrove

Con buona pace dei germanofili, la lingua tedesca è spesso bistrattata per le sue parole lunghissime e per i suoni definiti da molti “poco piacevoli” all’udito. Si parla meno, invece, della sua meravigliosa capacità descrittiva: il tedesco sa dare forma (e parola) a pensieri di cui noi italiani non siamo nemmeno consapevoli.
Se anche voi siete fra gli scettici, continuate a leggere e dateci una possibilità. Se invece siete germanofili e ci state leggendo in un luogo pubblico, assicuratevi di non annuire troppo mentre lo fate.

Visto che non vogliamo spaventare nessuno, oggi vi parliamo di una parola breve ma dal grande potenziale descrittivo. Si tratta di Fernweh, letteralmente “la nostalgia della lontananza”. Si tratta ovviamente di un composto, che mette insieme “fern” (lontano) e “weh” (dolore). Magari all’inizio può sembrare un termine filosofico, un concetto troppo elevato o astratto da toccarci in prima persona, ma chi ama viaggiare forse avrà già capito. Fernweh è il desiderio di mettersi in viaggio, di percorrere e scoprire terre lontane, è il viaggio che chiama e il dolore di non potervi rispondere.

Anche in questo caso si tratta di un realia, ovvero di un’espressione profondamente connotata di una lingua e della relativa cultura. Per coglierne tutte le implicazioni è necessario conoscere anche un’altra parola tedesca, Heimweh (nostalgia), che con Fernweh è in rapporto di opposizione. “Heim” è la casa, la patria, il nostro “piccolo mondo”, proprio ciò che si vuole abbandonare se si soffre di Fernweh. Per dirla in termini anglosassoni, la comfort zone contro il “là fuori”.

Non stupisce che il termine risalga ad un secolo in cui si conosceva bene il valore formativo e morale del viaggio: l’Ottocento. Pare che il termine Fernweh sia stato coniato attorno al 1840 dal principe Hermann von Pückler-Muskau. Architetto paesaggista e letterato, scrisse diversi libri di viaggio, in uno dei quali si legge che non soffrì mai di Heimweh, ma piuttosto di Fernweh. Nel secolo successivo la parola entrò nel linguaggio turistico e promozionale, accompagnata spesso da immagini esotiche e inviti a viaggiare. E continua ancora oggi: fino a non molto tempo fa Lufthansa distribuiva ai propri passeggeri le Fernweh pillen: caramelle che dovevano servire da pillole anti fine-viaggio.

Negli ultimi anni è nato anche un ibrido, Fernheimweh, ovvero il sentirsi a casa in un luogo lontano dalla propria patria. Non si è ancora lessicalizzato e non lo trovate sui dizionari, ma in un’epoca come la nostra, di spostamenti costanti, non ci metterà molto.

Ma come tradurre in italiano questo realia così complesso se non esiste un equivalente diretto? La regola d’oro della traduzione dice di non disperare: partendo dagli spunti offerti dai dizionari (come “nostalgia dell’altrove”) si può elaborare una parafrasi più che degna. Accettando il fatto che sarà l’italiano ad usare tante parole laddove al tedesco ne basta una: non è ironico?

Elena Tonna

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