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traduzione realia inglese italiano a leopard can't change its spots il lupo perde il pelo ma non il vizio

A leopard can’t change its spots

Ovvero di quando il lupo non perde il vizio, come i traduttori improvvisati

traduzione realia inglese italiano a leopard can't change its spots il lupo perde il pelo ma non il vizio

Qualche tempo fa, in occasione di un incontro piuttosto formale, fui protagonista di una di quelle conversazioni che non dovrebbero mai tenersi in un contesto in cui i partecipanti non si conoscono granché bene.
Era tempo di campagna elettorale e la conversazione cominciava a virare pericolosamente verso l’argomento politico, in equilibrio precario tra il fervore di chi voleva a tutti i costi discutere delle proprie posizioni e lo sgomento degli altri che cercavano disperatamente di riportare la chiacchierata su un terreno più neutro ed adatto a un incontro di lavoro.
A un certo punto, il disastro.
Uno degli infervorati tirò fuori quello che era diventato il tormentone della campagna elettorale 2013, smacchiare il giaguaro, criticandone una presunta e -sempre a suo parere – errata traduzione dall’inglese. Secondo lui (e anche secondo il figlio che “era appena tornato da una vacanza studio a Bath” e lo aveva reso edotto di questo “misunderstanding”), il politico in questione aveva incautamente ed erroneamente tradotto l’espressione anglofona “a leopard can’t change its spots”, fraintendendone il significato.

Giusto per rendere l’idea dell’imbarazzo che calò inesorabile con i suoi lunghi secondi di silenzio, a questo punto del racconto vale la pena chiarire tre cose fondamentali:
1. il signore che aveva pronunciato questa castroneria era un bravissimo insegnante di musica che millantava una “conoscenza completa della traduttologia in quanto appassionato da anni di letteratura e traduzione”;
2. all’incontro erano presenti diversi traduttori professionisti, che la letteratura e la traduttologia le avevano studiate per benino e poi messe in pratica in anni e anni di esperienza ad altissimi livelli;
3. in linea generale non corre buon sangue tra i professionisti e gli amatori che si autoproclamano professionisti, soprattutto nel mondo della traduzione, dove non esiste un albo e l’assenza di regolamenti precisi rende difficile stabilire una zona sicura di professionalità.

Mentre i più cercavano di superare l’impasse cambiando discorso, uno dei traduttori più anziani, con il garbo e la pazienza che ancora gli invidio, diede al millantatore una lezione memorabile, semplicemente spiegandogli come stavano le cose.

A leopard can’t change its spots” è un’espressione idiomatica in uso nei paesi anglofoni. Significa letteralmente “un leopardo non può cambiare le sue macchie” ed esiste un traducente italiano assolutamente efficace, anche perché mantiene l’ambito semantico: “il lupo perde il pelo ma non il vizio“.
La versione inglese trae le sue origini direttamente dalla Bibbia, per l’esattezza dalla prima edizione della Bibbia voluta e autorizzata dal re Giacomo (1611), libro di Geremia, capitolo 13, versetto 23. Come si legge nel testo, si tratta di una domanda retorica che si interroga sulla possibilità, per chi è avvezzo al male, di fare del bene cambiando la propria natura.

Il più italiano “il lupo perde il pelo ma non il vizio”, invece, ha origine dal mondo classico. Si rintraccia per la prima volta in Svetonio (De vita Caesarum) il quale, parlando dell’imperatore Vespasiano, riferisce l’aneddoto di un bovaro che lo apostrofò con la celebre frase “Vulpes pilum mutat, non mores” (la volpe cambia il pelo, non i costumi). Successivamente, a cavallo tra Medioevo e Rinascimento, il detto assunse come soggetto il lupo, come emerge dalle Novelle di Matteo Bandello e dall’edizione del 1612 del Vocabolario degli Accademici della Crusca, diventando “Lupus pilum mutat, non mentem”.

“I significati delle due espressioni sono identici”, disse il traduttore all’improvvisato collega, “e al netto delle implicazioni politiche in nessun universo smacchiare il giaguaro può mai pensarsi traduzione di a leopard can’t change its spots. Lo dica anche a suo figlio. E soprattutto non si faccia pagare per fare il traduttore.

Il millantatore rispose con un tracotante “bah… sarà…”, ma gli si leggeva in faccia l’umiliazione.
Qualcuno cercò di confortare il suo orgoglio ferito chiedendogli un parere sull’opportunità di far prendere lezioni di violino al figlio treenne.
Altri si fiondarono sul buffet, finalmente aperto.
L’accordo di lavoro saltò.

Once in a blue moon

Lune blu, morti di papa e il labile confine tra impossibilità e improbabilità

Quante volte capita di pensare a qualcosa che accade molto di rado, magari con un po’ di rabbia, rammarico o dispiacere? In queste circostanze è probabile che un anglofono usi l’espressione “once in a blue moon“, letteralmente “una volta ogni luna blu“.
Questa espressione idiomatica rappresenta un altro esempio di quelli che in traduttologia si definiscono realia (trovi una breve spiegazione qui). Un caso semplice questa volta, che non preoccupa troppo un traduttore perché esiste un corrispettivo italiano abbastanza immediato anche per i non addetti ai lavori: “ad ogni morte di papa“.

L’origine e il significato di quest’ultimo sono  piuttosto evidenti: la morte di un papa è un evento eccezionale, poco frequente. E non serve nemmeno soffermarsi sull’influsso che il Cattolicesimo ha (avuto) sulla storia, la cultura e la tradizione italiana. Per un italiano la morte del papa è certamente più rilevante e familiare di una luna blu.
Molto meno immediata risulta invece proprio l’etimologia di questa luna blu.
Ok, può capitare di vedere la luna effettivamente colorata di blu a causa di fenomeni naturali che tuttavia sono estremamente rari. O, perlomeno, molto più rari di quanto non si intenda con l’espressione “once in a blue moon”.
L’etimologia più accreditata è quella che si riferisce invece al secondo plenilunio del mese – fenomeno che si verifica circa ogni tre anni – ma le cose in realtà sono un po’ più complesse di così.

Come chiarisce phrases.org, l’origine dell’espressione è antichissima e il suo attuale significato nasce da un errore. Per rintracciare i primi utilizzi dell’espressione “luna blu” dobbiamo fare un salto indietro fino all’Inghilterra del 1500. Ma attenzione, nelle testimonianze dell’epoca la luna blu non indicava qualcosa di raro, era qualcosa di semplicemente impossibile! Per intenderci, restando nell’ambito delle espressioni idiomatiche, un suo sinonimo era “mone made of grene chese” (Middle English per “luna di formaggio”), insomma una sorta di equivalente degli asini che volano.
Questa espressione cadde in disuso (o perlomeno non se ne hanno più tracce nei documenti) per poi riemergere nel Novecento, con il significato di qualcosa che accade raramente come un doppio plenilunio nello stesso mese.

Per capire cos’è successo nel frattempo, dobbiamo spostarci in America. Qui infatti fin dagli anni ’30 il Maine Farmers’ Almanac, in base a una propria scelta editoriale, attribuiva ad ogni luna un nome familiare, derivante di solito da quelli usati dai Nativi Americani. C’era ad esempio la Luna del Raccolto (Harvest Moon), la Luna della Neve (Snow Moon) e così via per tutti i dodici mesi dell’anno. Per motivi incerti, gli autori dell’Almanacco decisero di chiamare la seconda luna piena del mese Blue Moon.
James Pruett, appassionato di astronomia e collaboratore dello Sky & Telescope Magazine, si imbatté in questa espressione e – probabilmente fraintendendo – nel 1946 pubblicò sul magazine sotto la voce “luna blu” la definizione “il secondo plenilunio del mese”.

Per qualche motivo poi questa versione si affermò sempre più e oggi once in a blue moon ha il significato che tutti conosciamo, equivalente a ogni morte di papa (sebbene esista un innegabile discrepanza di occorrenza temporale).

Una storia lunga e ingarbugliata che a suo modo ribadisce quanto il confine tra impossibilità e improbabilità possa essere estremamente labile.