Herding cats

Di gatti, pagliai e cerchi quadrati

La vita, purtroppo, è piena di difficoltà. Sembra una frase da Bacio Perugina incattivito o da Nonna Papera, ma purtroppo è la realtà. Che siano problemi seri o che siano piccoli dettagli che ci fanno arrabbiare peggio che la carbonara con la panna quando siamo all’estero, restano pur sempre difficoltà. Dall’ombrello perso sui mezzi pubblici, alle chiavi che rimangono dentro alla serratura, passando per il telefono che cade dalla parte dello schermo. A queste difficoltà normali si aggiungono anche le cose proprio impossibili e addirittura anche inutili. Come disciplinare una branco di gatti, appunto.

Questo realia inglese ‒ herding cats ‒ ci riporta alla parte più viva e interessante della lingua, le metafore, che con il passare del tempo si cristallizzano fino a diventare quasi incomprensibili.

Il sostantivo herd, infatti, significa “mandria, gregge, branco” e il verbo to herd “radunare, ammassare” sia persone che animali. L’espressione inglese, quindi, indica l’atto di radunare dei gatti per disporli in maniera ordinata in un gruppo: compito decisamente poco facile, come afferma un articolo della BBC. Pare che, a causa della loro natura e grazie all’evoluzione, i gatti domestici abbiano sviluppato un comportamento solitario che non comprende, tra l’altro, la condivisione del cibo né la spartizione del territorio. Tutte cose che vanno contro la natura del branco e i vantaggi che da esso derivano.
Per questo motivo, l’idiom rappresenta, con un’iperbole, l’azione di provare a coordinare un gruppo di persone che per loro natura non riescono ad essere controllate. Pensate a dei bambini in un parco giochi, a degli studenti l’ultimo giorno di scuola o alla maggior parte delle persone di fronte a un buffet.

Le origini di questo realia non sono del tutto chiare. Il dizionario online Word Sense riporta una possibile teoria: sembra che provenga dalla scena iniziale di Life of Brian (1979) di Monty Python, un gruppo comico britannico attivo dal 1969 al 1983. La frase in questione sarebbe questa: “Can you imagine a herds of cats waiting to be sheared? Meow! Meow! Woo hoo hoo”.
Altri siti come Stack Exchange, ritengono che sia impossibile scoprire l’origine del detto, in quanto troppe persone ne hanno assunto la paternità nel corso degli anni.

Per quanto riguarda la sua traduzione in italiano, la prima espressione che viene in mente è cercare un ago in un pagliaio. Impossibile e di nulla utilità come cercare la quadratura del cerchio o fare passare cammelli per la cruna di un ago (ma questa è un’altra storia).

Spesso i traduttori si crucciano per trovare l’esatto equivalente in italiano di culturemi e proverbi, ma purtroppo non sempre è possibile. Perché, in fondo, la traduzione perfetta è come herding cats.

Francesca Romana Carloni

Gemütlichkeit traduzione

Gemütlichkeit

Una sensazione che tutti conosciamo e una parola che tutti vorremmo

Gemütlichkeit traduzione

Siamo nel bel mezzo della stagione fredda, con il gelo che ci tende un agguato ogni volta che proviamo ad avventurarci fuori dalla porta. Non parliamo poi dell’uscire dalle coperte la mattina… Un luogo caldo e accogliente diventa così una specie di oasi, in cui gli occhi smettono di lacrimare e le membra iniziano un lento processo di disgelo. Immaginiamo che quel luogo sia un rifugio di montagna, di quelli in stile tedesco, con gli interni in legno e le tendine a quadretti. Mentre osserviamo il paesaggio innevato dalla finestra, incontriamo persone piacevoli (oltre a un tè fumante e una fetta di torta), consapevoli che il freddo non ci avrà.

La sensazione che ci pervade allora è la Gemütlichkeit, un realia tedesco con cui sintetizzare l’intero paragrafo precedente: comodità non da poco, se ci pensate. Da un punto di vista morfologico, il sostantivo è derivato dall’aggettivo gemütlich, a sua volta derivato del sostantivo Gemüt, che significa “cuore, mente, sensazione, umore”.

Secondo la definizione del DigitalesWoerterbuch, già nel IX secolo il sostantivo Gemuodi veniva usato per definire la totalità degli impulsi sensoriali e poteri mentali. Col passare del tempo si assisterà poi a un restringimento semantico, che porterà il termine ad essere applicato solo agli stati d’animo emotivi. Nel XVIII secolo gemütlich significa “in conformità col desiderio”, una definizione intimista e semanticamente molto ampia, che presuppone un’armonia tra il soggetto e l’ambiente circostante.

È nel periodo Biedermeier (1815 – 1848) che il termine conosce una grande fortuna: dopo le guerre napoleoniche, nei Paesi germanofoni predomina il desiderio di pace. Così, come spiega EM Publishers, il gusto borghese si orienta verso ciò che è sereno, tranquillo e confortevole, in ogni ambito della vita quotidiana. Il bisogno di sicurezza si concretizza così nei luoghi e negli arredi, che diventano caratterizzati da calda, affettuosa e confortevole intimità.

Non stupisce allora che il termine Gemütlichkeit sia diventato nel Novecento un vero e proprio connotato della cultura di lingua tedesca: un realia all’ennesima potenza. È un significato che conquista e che manca a diverse lingue, ma l’inglese non aspetterà molto a prenderlo in prestito. Oltre ad essere usato di frequente nella lingua promozionale del turismo, il termine figura anche nel motto della città di Jefferson (Wisconsin), soprannominata ufficialmente “The Gemütlichkeit City.

“Sì, ma in italiano?”, direte voi. Beh, la nostra lingua è ricchissima e ha sempre la possibilità di spiegare i significati che le mancano. La Gemütlichkeit diventa quindi un mix delicato di agio, comodità e confort da un lato e di intimità e affetto dall’altro. Ma se volete che il vostro interlocutore colga appieno la bellezza della parola, potrete usare anche voi la storia del rifugio di montagna. Ma sappiate che tra i germanofili viene tramandata da lungo tempo: abbiatene cura.

Elena Tonna

VORFREUDE

Vorfreude

L’attesa del piacere è essa stessa il piacere?
VORFREUDE

È venerdì pomeriggio, una settimana di lavoro sta per finire e il weekend è finalmente alle porte. Stasera cenerai nel tuo ristorante preferito e poi ti attendono due giorni da passare come, dove, con chi vuoi. Torni a fissare il pc, tentando di recuperare quel minimo di concentrazione per concludere il lavoro quando le immagini del weekend imminente si rincorrono sullo schermo. E ora chi lavora più?

Se ti rivedi in questa situazione allora sei anche tu una vittima della Vorfreude. La lingua tedesca, che ha proprio una parola per tutto, ha coniato questo termine combinando “vor” (“prima”) e “Freude” (“gioia”): letteralmente è il pre-felicità. Si tratta di un realia, ovvero di una parola che esprime un concetto profondamente connaturato nella lingua e cultura in cui nasce e si sviluppa. Il tedesco ne è particolarmente ricco, e parole come Vorfreude ci ricordano il grande potenziale descrittivo di questa lingua.

Secondo il Digitales Wörterbuch der Deutschen Sprache,  la prima attestazione del termine risale ai tempi di Joachim Heinrich Campe (1746-1818). Scrittore, editore e linguista, egli dedicò l’ultima parte della propria vita a un complesso lavoro di elaborazione filologica, oggi associato al purismo. Impressionato dal coinvolgimento delle masse durante la Rivoluzione francese, Campe applicò alla linguistica i grandi ideali dell’Illuminismo che segnarono l’epoca. Egli credeva nella trasparenza linguistica come mezzo di inclusione: per questo coniò circa 11.000 neologismi traducendo prestiti stranieri, 300 dei quali sono in uso ancora oggi.

Tra questi vi fu Vorfreude, che nella sua semplicità nasconde il segreto di molte parole tedesche: precisa ed evocativa insieme, dà voce alla felicità dell’attesa. Il termine fu molto usato in letteratura, da Goethe a Fontane passando per Lessing. Pur non citandolo direttamente, nella sua Minna von Barnhelm egli scrive che “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere”. Lo stesso concetto è poi confluito anche nel comune proverbio “Vorfreude ist die schönste Freude”, come a dire che la gioia più bella sta nell’attesa. Oggi il termine è usato anche in psicologia, dove designa “l’atto di percorrere col pensiero quanto succederà in seguito” (Dizionario di psicologia).

Se in questa accezione Vorfreude ha trovato una perfetta equivalenza traduttiva in italiano (“anticipazione”), lo stesso non si può dire del significato comune della parola. Ma, come spesso accade, è la letteratura a darci la chiave: Leopardi ha dedicato alla Vorfreude gli indimenticabili versi de Il sabato del villaggio.  Il sabato è “di sette il più gradito giorno” proprio in virtù del fatto che precede la domenica, il “dì di festa” per eccellenza.

Certo, al cliente italiano non potremo recitare i versi leopardiani ma dovremo, ancora una volta, cedere al compromesso alla base di ogni traduzione. Per questo fine, “gioia dell’attesa” o costrutti verbali quali “pregustare la felicità” saranno perfettamente accettabili. Sperando che il cliente una volta o l’altra venga a sapere questa storia: è un peccato perdersi la magia dei realia.

Elena Tonna

Cantamañanas

Quando anche cantare diventa troppo faticoso

A tutti noi piacerebbe essere sempre organizzati ed efficienti. Come quelli che, con un’agenda straripante di impegni alla mano e senza farsi prendere da un attacco di panico, riescono a portare a termine ogni incombenza, con calma olimpica.
Precisi e inesorabili, come un cecchino: un sogno per alcuni, un incubo invece per i più pigri.
In una società in cui ci viene richiesto ogni giorno di più di essere produttivi quasi oltre ogni limite, essere inconcludenti e inaffidabili sembra quasi un atto di ribellione. Liberatorio e provocatorio se applicato una volta ogni tanto, deleterio se usato come stile di vita.
Ma chi, in tutti i luoghi comuni e nelle barzellette, ha l’abitudine di comportarsi in questa maniera? Senza dubbio, nell’area del Mediterraneo il podio se lo spartiscono equamente italiani e spagnoli: non è un caso, quindi, che questi ultimi abbiano coniato un termine apposito: cantamañanas.

Questo realia ha origini storiche che affondano nel Siglo de Oro spagnolo. Come riportano i blog Muy Historia  e Molino de ideas,  la parola viene dall’avverbio “mañana” (domani) che a sua volta viene dal latino volgare “maneana” che significa “presto”.
In castigliano si formò poi l’espressione “cras mañana” per riferirsi alla mattina del giorno seguente; con il tempo rimase la parola “mañana” che si usava solo per parlare del giorno dopo. È curioso come questa polisemia non sia presente in altre lingue romanze come l’italiano (mattina/domani), il francese (matin/demain) o il portoghese (manhâ/amanhâ).
In questa epoca, per mostrare disaccordo e dissenso in una conversazione, si usava proprio l’avverbio “mañana”.
Per cui quando c’era da chiedere un favore e l’altra persona non aveva intenzione di farlo la conversazione si svolgeva più o meno in questo modo. “Mañana harélo” oppure “mañana” era la risposta alla richiesta di aiuto e la replica era “Ya cantó mañana” con il significato di “non lo farò mai”. Da questo siparietto si creò il sostantivo che ancora oggi viene usato comunemente per indicare una persona inaffidabile con la tendenza a non voler muovere un dito.

La traduzione in italiano di questo realia non ha un corrispondente esatto. In questo caso il culturema si riferisce a un elemento molto specifico della cultura spagnola, per cui è difficile trovare una parola che appartenga allo stesso campo semantico e abbia la stessa forza.
Per fortuna la nostra lingua è estremamente ricca e quindi possediamo un ventaglio di possibili opzioni che si avvicinano al termine spagnolo. Come per esempio “perdigiorno”, “procrastinatore”, “fannullone” fino ad arrivare addirittura a “inetto” e “ignavo”. Tutte sfumature dello stesso atteggiamento: una ribellione passiva e sottile, che si manifesta nelle piccole cose e che può diventare una marea travolgente.

A volte ci si concentra troppo sulla traduzione di una determinata espressione senza tenere conto del background e dell’attualità di certi argomenti: come della gioia colpevole dell’essere inesatti, una volta tanto.

Francesca Romana Carloni

Avoir le cafard

Ditelo come vi pare, ma essere giù di morale non è divertente per nessuno

È inutile negarlo, capita proprio a tutti di avere una giornata no. Se i motivi possono essere tanti, il desiderio comune è invece sempre lo stesso: seppellirsi sotto le coperte e aspettare il giorno successivo. E stare alla larga da chi vi fa notare, con sarcasmo o pungente ironia, che oggi siete proprio giù di corda. O che, se siete in Francia, vous avez le cafard.

Qualcuno tra voi forse si chiederà che cosa c’entrano gli scarafaggi questa volta ma, come la traduzione insegna, le cose sono più complicate di così. Come spiega Expressio, cafard è una parola polisemica, che nacque nel XVI secolo per designare i falsi devoti, accezione ora in disuso. Allora come oggi, il termine si riferiva anche all’azione di fare la spia, oltre a dare il nome all’insetto nero che prima delle Alpi chiamiamo scarafaggio.

Perché il nostro realia faccia la sua comparsa nella lingua francese bisogna aspettare Charles Baudelaire e i suoi Fleurs du Mal (1857). Come era successo per spleen, anche cafard assume il significato di “malinconia”, idee nere che si insidiano nella testa come gli scarafaggi in una casa (Linternaute). Accezione molto affascinante che nasce dal contesto culturale decadente dominante a Parigi nella seconda metà dell’Ottocento, quando il cafard caratterizzava tutti i poètes maudits. Secondo un’altra teoria, l’espressione avrebbe a che fare con la grande quantità di insetti che infestavano le case povere, dove si respirava un’atmosfera di tristezza e malinconia (Wikiktionary).

Per quanto riguarda l’italiano, questa volta siamo fortunati: pur nelle differenze culturali con cui la traduzione deve sempre scendere a patti, l’equivalente c’è. Anzi, ce n’è più d’uno; anche senza addentrarci nel merito delle lingue regionali, sia “essere giù di morale” che “essere giù di corda” rendono perfettamente l’idea. Se la prima espressione ci offre un traducente più neutro, la seconda ha una storia da raccontare (garygassano.it). Ai tempi in cui le campane venivano suonate con le funi, a queste venivano legati dei massi che fungessero da contrappeso e dessero energia. A fine corsa, l’energia era esaurita: erano giù di corda e si doveva risollevarli.

Un incoraggiamento come tanti che può servire anche nella traduzione, regno di potenziali scarafaggi ma anche teatro di grandi soddisfazioni e di corde risollevate.

Elena Tonna